Basta perdere l’identità per diventare una goccia in mezzo al mare: sono parole semplici, a tratti “leggère”, ma che celano un significato profondo. Cosa si sperimenta quando viene meno il senso di appartenenza con sé stessi? Cosa si prova a sentire il proprio corpo un estraneo, una dimora sconosciuta? Ebbene, la DISFORIA DI GENERE ci fornisce un quadro dettagliato di quelle che sono le emozioni più difficili e dolorose proprie di questa condizione.

Il sesso biologico (XX femmina; XY maschio), determina l’insieme di tutte quelle caratteristiche delineanti le differenze fra il mondo femminile e quello maschile. Oltre a componenti di tipo fisico, quali gli apparati genitali e la composizione corporea, vi sono differenze anche di tipo fisiologico. Un esempio è dato dalla produzione di ormoni differenziati: per gli uomini vi è una marcata produzione di ANDROGENI, i quali stimolano lo sviluppo corporeo in termini di muscolatura, organi riproduttivi ed apparato scheletrico. Mentre per le donne, vi è la produzione di ESTROGENI, atti a promuovere fertilità, libido ed anche lo sviluppo fisico e sessuale. Il rilascio di questi ormoni non comporta differenze puramente fisiche bensì anche comportamentali, in quanto viene influenzato il rilascio di neurotrasmettitori specifici atti alla regolazione dello stato aggressivo nei maschi e la regolazione dell’umore nelle donne. Vi è pertanto un impatto differente sul comportamento.

La disforia di genere è una condizione caratterizzata da una intensa e persistente sofferenza causata dal sentire la propria identità di genere diversa dal proprio sesso biologico; si sperimenta un senso di notevole disagio correlato alla costante sensazione di estraneità verso il proprio corpo, percepito come dissonante al sesso interiore del sé inteso come maschile, femminile, non binary o di altro tipo (identità di genere). Tale condizione è davvero ostile e sofferente in quanto, oltre ad una totale estraneità di tipo fisico, vi è anche un totale distacco di tipo comportamentale: Il genere si riferisce a caratteristiche dipendenti da fattori culturali, sociali e psicologici che definiscono i comportamenti considerati tipici per l’uomo e per la donna. Il sentire di appartenere intimamente all’uno o all’altro genere costituisce appunto l’identità di genere.

Le persone transgender presentano un’identità di genere diversa dal sesso biologico e si impegnano per quasi tutta la vita, (nei casi più fortunati sin dalla giovane età), in una transizione verso il cambio del proprio sesso biologico. Tale percorso transitorio avviene tramite l’assunzione di ormoni specifici e, nell’eventualità, operazioni chirurgiche. Ed allora ci verrebbe da dire che il tutto è fatto, che abbiamo la “soluzione”. Ebbene no. Le persone transgender affrontano l’inferno in terra contro stereotipi, pregiudizi, malignità e, soprattutto, solitudine. È da soli tre anni che la terapia ormonale transgender è stata resa gratuita e dal 18 Giugno 2018 riconosciuta come CONDIZIONE È NON COME UNA PATOLOGIA. La disforia di genere nell’ultima edizione (undicesima) della Classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari correlati (ICD-11) è stata tolta dall’area delle malattie mentali ed inserita in un nuovo capitolo, quello della salute sessuale. La dissonanza che vi è tra il sesso biologico e l’identità di genere può portare ad una condizione di profonda depressione, sofferenza ed ansia, con conseguenti difficoltà di inserimento in ambito sociale, lavorativo ed alle volte anche familiare. E proprio per questo necessario un supporto di tipo psicologico da parte di professionisti, i quali si impegnano a guidare il soggetto durante tutto il suo percorso di transizione, contribuendo alla presa di consapevolezza ed alla razionalizzazione della medesima condizione.

Queste sono solo alcune delle testimonianze di persone transgender (cfr https://www.amnesty.it/le-persone-trans-il-racconto-di-alcune-storie-di-vita/):

GRETA: “sono Greta, ho quasi quattordici anni ed amo disegnare. Spero di trovare una scuola inclusiva, non voglio più subire atti di bullismo solo perché sono una ragazza transgender”.

ALEXEI: “Mi chiamo Alexei, sono un ragazzo trans non binary (identità di genere che sono al di fuori del cosiddetto binarismo di genere, ovvero non strettamente e completamente maschili o femminili, ndr). Sono nato come AFAB (Assigned Female At Birth) e poi ho intrapreso e sono ancora in corso di un percorso psicologico ed ormonale per allineare il mio corpo alla visione mentale che ho di me. In una società in cui regna il costante dualismo maschile-femminile, non binary costituisce un termine ombrello sotto cui andare a collocare tutte quelle categorie che descrivono il non avvertire se stessi esclusivamente come maschili o femminili. Penso che dovremmo viverci senza classificarci ma, in un mondo di etichette, molte volte può esser difficile.”

E allora come possiamo contribuire al benessere della comunità tutta garantendo supporto ed inclusività?

Innanzitutto dobbiamo interrogarci sul concetto di “normalità”, perché è proprio da qui che tutto parte: le discriminazioni, le disuguaglianze, l’emarginazione e la cattiveria. Ebbene, Cos’è la normalità? Di base, secondo alcuni teorici e noti psicologi, come ad esempio ALLPORT, altro non è che la capacità di programmare la propria esistenza con coscienza. Il fine è quello di adempiere ai propri obiettivi con sicurezza, senza cadere nella trappola dell’influenza esterna la quale comporterebbe errori di realizzazione. Si ricordi però che il concetto di normalità, purtroppo, si impregna di costrutti sociali, politici e culturali.

In conclusione, abbandonandoci a termini più poetici che psicologici, la normalità rischia di cristallizzare l’anima. Il principale scopo della vita è quello di scoprirne il più profondo significato. Ciò che comunemente viene definito “normalità”, intesa come assenza di conflitti interiori ed inquietudine, non rappresenta necessariamente la meta più ambita per tutti, soprattutto per coloro i quali non sono disposti a rinunciare al desiderio di adempiere al proprio personale destino di REALIZZAZIONE PSICO-SPIRITUALE.

Pertanto nel nostro piccolo, possiamo impegnarci a supportare ed accogliere tutte le persone che si trovano in questa difficile situazione partendo dalle fondamenta dei rapporti umani: ascolto ed empatia. Ci si potrebbe impegnare in attività inclusive e sportelli di ascolto o, più banalmente, qualora si trattasse di persone a noi care, supportare ed accompagnare le stesse nel loro lungo percorso di transizione. Alle volte basta semplicemente esser vicini d’anima per poter contribuire in modo diretto al benessere altrui.

Irene De Benedittis

Last modified: 19 Aprile 2023
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